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realizzare il Se, realizzare l'Io

October 24, 2016

 Quello che segue è un estratto della relazione fatta presso il convegno Fiap presso Riva del Garda (3/5 ottobre 2014) dal titolo 

   l’emergere del sé in psicopatologia

 

l’obiettivo del contributo è stato quello di portare al Convegno gli aspetti spirituali della psicoterapia. Aspetti che come già affermato altrove, sono insiti nell’etimologia stessa della psicoterapia.

 

triste è stato scoprire che, di fatto è stato l’unico contributo in questo senso. Questo purtroppo sembra ribadire come il percorso della psicoterapia si stia sempre più sclerotizzando verso gli aspetti patologici e medici.

la cosa positiva è che essendo l’unico mi sono ritrovato a fungere da parafulmine, e riferimento per molti di quelli sensibili al tema. il risultato è stato di tornare a casa con molti contatti in più e la consapevolezza che comunque qualcuno ancora c’è che pensa che ilTerapeuta abbia compiti ben più elevati che la malattia.

 

ma torniamo all’argomento di questo post.

 

Partiamo con una fase di Marie Louise Von Franz che recita:

 

Si parla spesso un po’ facilmente di realizzare se stessi, ma si pensa alla realizzazione dell’Io

Jung intende tutt’altro, la realizzazione del proprio profondo, 

in particolare della potenzialità del proprio destino

All’io talvolta ciò non conviene affatto, ma è quel che si sente che intimamente si dovrebbe in fondo essere.

La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. 

In questo consiste, in definitiva, l’individuazione.

Questo, in fondo, è, quello che intendo affermare in questo mio intervento.

 

Come terapeuta non posso che non accorgermi di come i nostri pazienti arrivino avviluppati ed aggrovigliati nei nodi del loro prorprio ego (come tutti del resto)

Presi dal realizzare il proprio ideale o di chissà chi. Sofferenti ed in ansia, e depressi perchè il mondo no è come il loro Ego vorrebbe. 

 

Tutti affamati d’amore ma incapaci d’amare; ma soprattutto incapaci di nutrirsi dell’amore che li circonda.

 

Ma andiamo con ordine e per farlo, diceva il mio maestro, partiamo dal principio.

 

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò cheesiste.
In lui era la vita

Gv 1

 

Sembra uno scherzo, eppure, Damasio Nel suo libro che ha ispirato questo convegno ci scrive:

 

…le cellule avevano quella che sembrava una ferma e incrollabile determinazione a restare vive, fintanto che i geni all’interno del loro microscopico nucleo ordinavano di farlo.

Il governo della loro vita comprendeva una testarda insistenza a persistere, resistere e prevalere fino a quando alcuni dei geni presenti nel nucleo non avessero sospeso la volontà di vivere.

 

 E aggiunge poco più avanti

 

Per quanto possa sembrare strano, la volontà, insieme a tutto quanto è necessario per realizzarla, precede sia la conoscenza esplicita delle condizioni di vita sia la riflessione relative ad esse, giacché chiaramente la singola cellula non possiede né l’una né l’altra.

 

Damasio ci sta dicendo che ha trovato una strana forza che chiama volontà (e questo termine suggestiona ulteriormente). Una volontà di vivere che precede la materia, la coscienza e l’autocoscienza stessa; un qualcosa che altri, prima di lui hanno trovato, intuito, immaginato o dedotto  dandodogli nomi ben noti. Nomi che partono da Dio con tutte le sue declinazioni e giungono fino all’energia oscura. É incredeibile come le definizioni di tali enti siano sovrapponibili ed imbarazzanti. 

Partiamo ad esempio dal fatto che, dicono i fisici che da quell’energia di cui è composto tutto l’universo tutto emerge e tutto ritorna e tutto da quel nulla si crea. Parole che siamo abituati a sentire in altri contesti. 

Ma, il tempo e poco e non perdiamoci in parole.

 

Quello di cui parla Damasio si sovrappone a quello che era (e io credo debba esserlo ancora) il significato della parola psiche, il nostro caro strumento di lavoro.

Zerbetto (che parlerà tra poco) scrive nel definirla

L’etimologia del termine psiche 

(dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, “respirare, soffiare”) 

si riconduce all’idea del ‘soffio’, cioè del respiro vitale; 

presso i greci designava l’anima 

in quanto originariamente identificata con quel respiro; 

in questo senso, la storia del concetto di psiche 

viene a coincidere con quella del concetto di anima.

Psiché è quindi la forma di un corpo vivente, 

il principio che ne sottende tutte le attività e, 

in quanto ‘atto primario, è inscindibile dal corpo

 

esattamente la stessa cosa:

esiste un soffio che anima il corpo diventando un tutt’uno con esso (ovviamente finche decide di farlo) e interagendo con esso permette la creazione di processi sempre più complessi. Dalle cellule si arriva agli organi, agli organismi, alle reti neurali, alla coscienza.

Di quest’ultima Damasio esprime la risoluzione sapiente che:

La realtà è che la mente cosciente

Si è limitata a rendere conoscibile 

Il fondamentale know-how di quei processi

(che permettono la vita)

ora la coscienza umana è autocosciente e dice 

Io sono

Ma la stessa è limitata (lo sappiamo) e il suo strumento, il logos, le impone di mettere un complemento oggetto, pena infiniti stati d’ansia perchè,

Io sono, chi?? Cosa??

Ed eccoci al grande problema introdotto all’inizio dalla Von Franz.

L’errore da non fare in terapia è proprio aiutare a dare una risposta (logica) al paziente. Sarebbe dare una risoluzione all’Io che ora potrà tornarsene a casa con la sua nuova identità che gli piace tanto. Salvo tornare quando questa non è più funzionale.

L’obiettivo della terapia è far si che il paziente, arrivi a reggere l’affermazione in se, senza cadere nei bisogni dell’Io.

Quando questo avviene allora il paziente scopre che è vero. Egli è 

Egli può sentire che è, esiste, è presente.

Chiedo scusa ma come sempre per spiegare un concetto esperienziale ahi-noi siamo costretti a tradurlo (dunque tradirlo) con le parole che hanno i loro limiti.

Del resto, lo stesso Dante, nella ,Divina Commedia, si scusa per non essere in grado di avere parole per descrivere Dio. Le parole, la logica, la mente, non sono l’organo adatto, dunque dobbiamo accontentarci. Usando similitudini, o meglio ancora simboli.

Al massimo dobbiamo aspettare che l’evoluzione della manifestazione fisica di questa volontà di esistere (hermann Hess diceva: Lo spirito vuole sfociare nella carne) permetta la formazione di una super-coscienza in grado di cogliere Dio.

Credo sia superfluo ricordare il mito di Adamo ed Eva come metafora della nascita della coscienza e la conseguente dannazione.

Dunque fare terapia, 

Guarire qualcuno, significa farlo respirare,

ed osservare tutte le tensioni, i blocchi e le chiusure che impediscono

la libera circolazione del soffio,

vale a dire lo sviluppo dell’anima in un corpo.

Il ruolo del terapeuta sarà quello di sciogliere questi nodi dell’anima,

Questi ostacoli alla Vita ed all’intelligenza Creatrice 

nel corpo animato dell’uomo

La Terapia, allora, consiste nel prendere cura del corpo, 

del me e del mondo, aprendoli a “Colui che è” 

la loro Pace, la loro Salute, la loro Vita eterna…

Quello che è occasione di sofferenza e di malattia, può essere così, 

occasione di coscienza e di sapienza.

Filone dice:

Aver cura dell’Essere e non del “mio” essere o del “tuo” essere.

Qui sta il segreto: la Depersonalizzazione. Togliersi di dosso la personalità, levarsi la maschera. Solo in questo modo è possibile avere accesso diretto (per quanto possibile) alla fonte. 

 

Lo sguardo del Terapeuta non è rivolto, come prima cosa, verso la malattia, o il malato, questo lo fanno i medici, questo è il modello medico (e non è una gara per chi è migliore).

Il modello medico è un modello che non pone la sua fiducia nelle innate capacità organistiche di autoregolazione, ad esempio.

Certamente, i medici sanno bene che è il corpo, la persona, l’organismo che cura se stesso. Attingendo appunto quell’energia necessaria prendendola da chissà dove, la nel profondo. Ma il modello medico è un modello mentale, dell’Io che vuol conoscere, vuol sapere, vuole avere il controllo. Per questo ci va un farmaco per ogni patologia. e purtroppo assistiamo, anche, al tentativo di fare lo stesso con la psicoterapia.

Qual’è il trattamento migliore per l’anoressia? I cognitivi sono efficaci per l’ansia? E i terapeuti della Gestalt, quand’è che forniranno qualche dato oggettivo?

Non che tutto questo non sia importante, ma, ai fini della terapia si rischia di remare contro. questo avviene quando le tecniche, gli approcci, i modelli smettono di essere uno strumento per portare il paziente ad incontrare Se stesso, dunque a incontrare Dio; e diventano manovre per alleviare il dolore, o ridurre i sintomi.

Curare le malattie, sebbene importante, non è l’obiettivo della terapia. Le malattie sono il sintomo, il segno che la persona vive male. Quella che chiamiamo malattia, quindi non è altro che un effetto di qualcosa che sta a monte. 

Se cammino male, è possibile che mi vengano i calli. E ben vengano i trattamenti per i calli. Ma, i calli, non sono il problema, il problema è che cammino male.

Lo stesso vale per il colesterolo, ben vengano le pastiglie, ma se non cambio stile di vita, prima o poi anche le pastiglie saranno inutili. A trovarlo un medico che ci guarda in faccia e ci dice “mi rifiuto di curarti se non cambi la tua dieta!”

Noi terapeuti non dobbiamo seguire quella via? Lo sappiamo bene che nell’attacco di panico, non è l’attacco il problema. Ma allora perché pubblicizziamo noi stessi elencando le patologie di cui ci occupiamo, come se fossimo dei farmaci. Il paracetamolo va bene per la febbre e dolori vari, ma non serve per le emorragie; il dott. Rossi cura l’ansia e i disturbi sessuali, se avete un problema con la rabbia rivolgetevi al dott. Bianchi.

È un problema di competenze, di onesta professionale…

È un problema dell’Io

Se il fuoco non sono le malattie, chi se ne frega delle malattie!

Lo sguardo del terapeuta deve essere rivolto verso ciò che in lui è fuori portata della malattia e della morte…

Dobbiamo curare particolarmente 

ciò che non è malato e che non è mortale in noi

Aver cura dell’Essere significa occuparsi, per prima cosa di ciò che va bene in noi, 

guardare verso quel punto di luce che dissiperà le nostre tenebre.

La guarigione ci sarà data in sovrappiù

Ovvero, l’estinzione dei sintomi, potrà anche esserci e anzi facilmente lo sarà, ma è solo un di più. 

Una volta che ho ritrovato me stesso, una volta che sono tornato in contatto con il soffio, con Dio, con il tutto, con quella caparbia volontà di Damasio, e mi riconosco come facente parte; davvero qualcuno pensa che io possa ancora essere in ansia?

La Terapia, allora, consiste nel prendere cura del corpo, 

del me e del mondo, aprendoli a “Colui che è” 

la loro Pace, la loro Salute, la loro Vita eterna…

Quello che è occasione di sofferenza e di malattia, può essere così, 

occasione di coscienza e di sapienza.

La nostra vita non è che un soffio 

e il terapeuta si prende cura di questo soffio che informa il corpo

Adoro questa frase di Filone anche e soprattutto per il termine informa che nel suo duplice significato (che da forma e allo stesso tempo fornisce conoscenza) 

 

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